Sovranismo e antiliberismo dei Padri Costituenti

Uno dei termini più mistificati del lessico politico attuale è “sovranismo” (col correlativo “sovranisti/a”) scagliato contro gli interlocutori come il peggiore insulto. L’idiotismo giornalistico dominante lo fa passare come sinonimo di “nazionalismo”, “suprematismo”, “ultra-destra“, “razzismo” e, ovviamente, l’immancabile “fascismo”. Purtroppo, gran parte dell’opinione pubblica ha accettato questa semantica vedendola come un nuovo spartiacque identitario tra i “buoni” (la cosiddetta sinistra in tutte le sue sfumature politiche, associative, culturali e sindacali – tranne rare eccezioni come i comunisti di Rizzo) e i “cattivi” (la cosiddetta destra). Una dicotomia inconsistente ed errata che evita accuratamente di toccare il vero nocciolo della questione: l’ideologia neoliberista imperante a livello globale che modella anche le istituzioni e i Trattati dell’UE.

Per dimostrare quanto invece il sovranismo non sia altro che un anelito di libertà che non chiede altro che i popoli e gli Stati siano indipendenti e capaci di autodeterminarsi, citerò alcuni Padri Costituenti e un gigante del pensiero economico come John Maynard Keynes. La nostra Costituzione, infatti, oltre a essere un inno al sovranismo fin dal suo primo articolo, è stata pensata proprio per imbrigliare quegli istinti famelici del liberismo che, lasciati senza freni, avevano già determinato le condizioni per due conflitti mondiali. I concetti di sovranità e democrazia sono indissolubilmente legati e se solo recentemente il termine “sovranismo” è apparso sulla scena politica, lo si deve al fatto che mai come in questi ultimi vent’anni gli Stati europei hanno conosciuto una minaccia così pericolosa alla loro integrità. Una naturale risposta immunitaria, insomma.

Cominciamo da Piero Calamandrei. Nel 1950 sulla rivista Il ponte scrive l’articolo “Lo Stato siamo noi” in cui spiega in modo limpido ed esemplare il perché sia fondamentale la difesa della propria sovranità.

Il 13 luglio del 1949, in un dibattito alla Camera sul progetto di integrazione europea, il socialista Lelio Basso (anch’egli Costituente come Calamandrei) aveva spiegato in modo ancora più netto i pericoli di eventuali cessioni di sovranità e il reale significato dell’Unione Europea (considerazioni tuttora validissime). Che Macron abbia ripreso un motto nazista per il suo partito è quantomeno significativo.

Continuando a ritroso, nel 1947 all’Assemblea Costituente, Aldo Moro spiegava perché il liberismo e la sua smania di abbattere limiti e confini andasse controllato attraverso l’intervento statale per garantire la prosperità e la pace tra i Paesi. Esattamente il contrario di ciò che impone il Trattato di Lisbona: libertà di circolazione per persone, merci, capitali e servizi.

 

Il pensiero di Moro, infatti, riecheggia forte in due articoli della Costituzione. Art. 41: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.» Art. 47: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.»

Infine, Keynes nel 1933, nel suo Autarchia economica, spiegava perché l’integrazione delle economie e gli scambi commerciali e finanziari senza limitazioni fra le nazioni fossero un pericolo per la pace. L’opposto di ciò che la propaganda europeista ci racconta ogni giorno con la fandonia dei “70 anni di pace” e della necessità di una maggiore integrazione se non vogliamo cadere in “antistorici e pericolosi nazionalismi”.

I brani citati sono tratti da La morte della Repubblica – Gli Stati Uniti d’Europa di Marco Mori, di cui faccio mia la conclusione: «Il principale ostacolo all’espansione del capitale è sempre stata la sovranità nazionale che dunque è diventata il nemico numero uno da abbattere.»

Il libro è edito da quell’Altaforte che i sedicenti antifascisti odierni hanno censurato e ostracizzato al recente Salone del Libro di Torino con l’accusa di “apologia di fascismo”. Traete le vostre conclusioni.

Addendum:

A sostegno della tesi che il secondo conflitto mondiale sia stato causato in primo luogo da sfrenate politiche liberiste ci sono anche gli scritti del conte Emmanuel Malynski. In Fedeltà feudale e dignità umana, definì gli imperialismi “megalomanie nazionalistiche sistematicamente imposte dall’avidità capitalista”. Malynsky, apologeta delle strutture geopolitiche distrutte dalla prima guerra mondiale e dalla Rivoluzione bolscevica, scrisse nel 1928: “Nella storia a noi contemporanea, come nei due decenni che ci hanno preceduto, vedremo i nazionalismi delle grandi potenze orientarsi verso il capitalismo e degenerare rapidamente verso un imperialismo economico. Saranno su un tavolo pendente e verranno drenati da una catena di cause ed effetti fino a scivolare verso un imperialismo politico. Infine, il capitalismo internazionale porterà le nazioni alla più grande guerra che si sia mai avuta finora”.

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